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Probabilmente influenzato dalla stretta attualità, negli ultimi giorni sono stato stuzzicato dall'idea di affidare per qualche tempo la mia penna di recensore nella mani di un persona come Simone Moro, un alpinista di quella fatta, e di porlo dinnanzi al genere della commedia romantica con il compito di descriverlo utilizzando la sua esperienza.
Mi piace immaginare che il risultato di questo esperimento risiederebbe in un paragone, nel paragone con uno degli Ottomila più impegnativi: poche persone sono riuscite a raggiungere la vetta, ancor meno quelli che hanno aperto o apriranno nuove vie, mentre molti, troppi, sono quelli che senza averne i mezzi si affollano nella salita semplicemente ripercorrendo le orme d'altri, per questo inesorabilmente destinati all'insuccesso. Al giorno d'oggi partire bene e compiere lunghi tratti dell'ascesa è diventato impresa comune, ma è una rarità trovare chi riesca a proseguire oltre il punto in cui diviene indispensabile far conto solo sulle capacità proprie e dei compagni.
A capo di questa spedizione tutta europea de "Il truffacuori" si pone il regista Pascal Chaumeil, circondatosi di una squadra (dall'impronta fortemente transalpina...) guidata da Romain Duris (finalmente quasi libero dalle ultime scorie de "L'appartamento spagnolo"...) e Vanessa 'Ms. Depp' Paradis.
Un osservatore esterno non particolarmente amante dello stile francese si troverebbe probabilmente a nutrire già a questo punto un pizzico di pregiudizio sull'intero progetto, ma la coltre di scetticismo è destinata sorprendentemente a diradarsi sin dalla prima scena, quando l'irrompere della memorabile voce di Dusty Springfield strappa un moto di sorpresa al volto dello spettatore e dà fuoco alle polveri di una colonna sonora grandiosa, capace di mescolare con grandissima efficacia generi e stili molto eterogenei e di divenire uno dei punti di forza del film.
A monte di questa scelta vi è sicuramente anche il lavoro del terzetto di sceneggiatori quasi debuttanti, che decidono di dare alla vicenda un taglio abbastanza insolito da incontrare in questo genere: il lavoro di Alex e del suo team, organizzato con precisione chirurgica e professionalità estrema, impone alla storia un ritmo sorprendente, che riesce nell'impresa di tenerla lontana (per quanto possibile...) da quelle sabbie mobili narrative che sono la mielosità e la scontatezza; senza tralasciare il fatto che questo approccio si rivela fondamentale per creare gli spunti comici di cui è disseminata la pellicola, in grado di regalare momenti di autentico divertimento...
In altre parole il film funziona dannatamente bene, dall'inizio sino alla fine (finalmente una chiusura con i tempi giusti, asciutta e non dilatata abnormemente!), riuscendo anche a non tradire mai la sua connotazione romantica (a riprova di questo pensate al motivo per cui Vanessa Paradis vi sembri sempre più bella con il passare dei minuti...è segno che anche voi siete stati trascinati nel vortice che afferra poco a poco il protagonista...)
Voto:8
Una vera sorpresa questa sorta di "Mission Impossible" a sfondo romantico, rivelatosi leggero e molto godibile, originale quel tanto che basta per regalare una boccata di aria fresca ad un genere un po' bloccato nell'imitazione di sè stesso.
Durante la notte del prossimo 27 febbraio i riflettori della cerimonia degli Oscar si accenderanno ed è singolare che due delle opere che saranno più rischiarate dal loro fascio siano "The Social Network" e "The King's Speech", così profondamente diverse in superficie eppure così insospettabilmente simili se scrutate in profondità: entrambe infatti ruotano intorno al punto focale della comunicazione, della sua inarrestabile globalizzazione e di come ha mutato la traiettoria di vite normali ed eccezionali (nella sua accezione letterale).
Negli Anni Trenta del secolo scorso la radio esercita con sempre maggior forza questo potere: divenendo con il passare dei giorni un mezzo indispensabile per diffondere informazioni e raggiungere persone sempre più lontane, essa rende ogni momento più decisiva e discriminante la capacità di servirsi di questo mezzo.
Tale capacità fa certamente difetto ad Albert Frederick Arthur George Windsor - Duca di York (Giorgio VI per i posteri......Bertie per la famiglia......), sin dall'infanzia intrappolato dalla balbuzia e costretto a vagare senza successo di specialista in specialista, fino all'incontro con il poco ortodosso logopedista Lionel Logue.
Ridotto alla sua essenza, il film diretto da Tom Hooper non è altro che il racconto del duetto che viene messo in scena dai due e che li porta, a suon di scaramucce e riappacificamenti, dall'iniziale diffidenza verso una profonda amicizia. L'evolversi di questo rapporto è ben orchestrato da una sceneggiatura dotata di qualità e ritmo, priva di fronzoli ma prodiga di sottotesti che arricchiscono la vicenda principale senza toglierle linfa. Di volta in volta, come voci differenti all'interno di un unico coro, emergono il rapporto con la famiglia ed i figli, il solco scavato tra colonizzatori e colonizzati o tra popolo e nobiltà, la guerra, ecc ... che consentono alla storia di dipanarsi senza battute a vuoto e ne evidenziano l'attitudine da pièce teatrale.
Anche la regia tradisce questa impronta, servendosi di movimenti di macchina semplici e di una fotografia molto "londinese" (per colori e gradazione della luce) che dona alle scenografie ed agli ambienti quelle sembianze quasi bidimensionali proprie dei palcoscenici.
La scelta di un registro essenziale e, per certi versi, classico certamente privilegia l'affidabilità rispetto all'originalità, ma riesce nell'intento di esaltare con efficacia l'elemento più prezioso della pellicola, i suoi interpreti. All'interno di un cast ove ciascuno merita un plauso, da Helena Bonham Carter sino ad un meraviglioso Colin Firth (quanta grandezza vi è nel rendere quel mescolarsi di devastante insicurezza ed ardente orgoglio...), il tutto viene letteralmente oscurato da un monumentale Geoffrey Rush, in grado di dominare lo schermo anche senza profferir verbo (se siete scettici ammirate la sequenza finale...).
Voto:8
Tributo ad un cinema classico, di impronta quasi teatrale, possiede tutti gli ingredienti (grandi attori, ottima scrittura, vicenda a sfondo storico) in grado di attirare i favori della Academy e di colpire anche il grande pubblico, pur senza sfoggiare l'originalità tra i gioielli della sua corona.
Ogni tanto mi sorprendo a chiedermi che sarebbe della mia opera di recensore se madre natura mi avesse fatto dono di quella genialità che rende in grado di descrivere la bellezza assoluta secondo la sua disarmante semplicità, necessitando di ancor meno parole di quante ne richieda la normalità...se così fosse sarebbe immensamente leggero l'affrontare la più recente creazione di Clint Eastwood, descrivere con poche pennellate la straordinaria essenza di arte cinematografica messa in opera dall'ottantenne regista americano.
Questo accade perchè egli torna, dopo la parentesi un po' più 'fredda' di "Invictus", a narrare storie in cui il singolo individuo risplende più della Storia, terreno sul quale è maestro senza eguali. Il suo cinema permette ai personaggi di 'esplodere' sullo schermo con i loro sguardi ed i loro dialoghi, accompagnandoli con il suo stile pulito e perfetto fatto di lente inquadrature che si muovono sullo sfondo di una colonna sonora (ancora una volta 'autocomposta') in cui il silenzio è efficace tanto quanto i delicati accompagnamenti di pianoforte e chitarra. La drammaticità della storia corre così verso lo spettatore proprio come se si trattasse di uno tsunami, in cui la incantevole quiete della storia deflagra nel breve volgere di pochi istanti travolgendolo e portandolo via.
Proprio lo tsunami del 2004 e l'attentato alla metropolitana londinese nel 2005 sono due dei momenti chiave del film, che infatti ruota principalmente intorno al tema della morte e, in modo secondario ma inseparabile come la faccia opposta della medesima medaglia, all'eros di greca memoria...
La fine dell'esistenza terrena viene però osservata concentrando lo sguardo non tanto sui momenti che la precedono, quanto su quelli che la seguono, in questo e nell'altro mondo (l'Hereafter del titolo...); servendosi delle storie di tre persone molto diverse tra loro, il tema portante del film viene dipanato da ciascuna di loro secondo un percorso estremamente umano (anche se qualcuno giudicherà forse eccessive le influenze new age) che, come fiumi uniti dal richiamo del mare, le porterà ad incontrarsi nel corso della vicenda.
Parte essenziale della grandezza del regista consiste proprio nel trattare gli interrogativi connaturati all'uomo in modo tale da non imporci, ma proporci il suo punto di vista, alimentando così il nostro moto ad interrogarci e scuotendoci dal rimanere passivi fruitori delle immagini che scorrono sul grande schermo (esempio irraggiungibile di questo meccanismo rimane "Million Dollar Baby").
Meravigliosa è la capacità di utilizzare il registro tragico, ma non da meno è la perizia nel raccontare con semplicità l'amore, che si tratti di fratelli, di amanti o di semplici sconosciuti che si incontrano ad un corso di cucina (la scena dell'assaggio vale da sola più delle decine di simili già viste in passato...).
In questo quadro vicino alla perfezione sono convinto che solo una nota a molti parrà dissonante, quella emessa da un finale insolitamente lieto; ho però la convinzione che si tratti solo di una sensazione frutto dell'incessante lavorio del mondo moderno, che ci abitua a considerare il finale pessimista come l'unico realistico (oltre a confondere i concetti di tragico e pessimista. Provate a riprendere in mano Gran Torino...a dispetto della tragicità il finale contiene indubbiamente un seme positivo).
E poi, in tutta onestà, non si sarebbe potuta definire degna una chiusura della storia che prescindesse dal sorriso della splendida Cecile De France......
Voto: 9
L'ormai 'noiosamente' meraviglioso Clint Eastwood ci regala un'altra gemma preziosa, appena una spanna inferiore a "Million Dollar Baby" e "Gran Torino", ma immensamente superiore alla gran parte dell'universo cinematografico conosciuto per capacità di emozionare e far riflettere.
Tornate con la vostra mente, solo per un attimo, alla sequenza conclusiva di "Ratatouille"... all'assaggio del piatto che dà il nome alla pellicola...... ricordate il vortice in cui viene risucchiata la memoria emotiva di Ego? Ecco, premessa doverosa a questa mia nuova recensione è che il nome Tron sortisce sulle mie "sinapsi" cervello-cuore il medesimo effetto... Facendosi compagna del passaggio tra infanzia ed adolescenza, la pellicola del 1982 è infatti divenuta il simbolo della prima generazione vera e propria di videogiocatori, contribuendo alla creazione di un nuovo filone della fantascienza.
Diramatasi dal genere classico (che nelle 'galassie' del grande e del piccolo schermo aveva già collocato quelli che sono tutt'ora i suoi capolavori) essa ha posto le fondamenta del cyberpunk cinematografico, che toccherà il suo vertice diciassette anni dopo grazie ad un nerovestito figuro di nome Neo, avente come fulcro la creazione su base elettronica di mondi paralleli al nostro. Proprio questa motivazione ha spinto ad adottare il gioco elettronico come modalità più semplice ed efficace di rappresentazione di questa realtà alternativa, scelta che oggi parrà sin troppo obsoleta, ma che non mancherà di suscitare un sospiro di nostalgia in quanti hanno vissuto in prima persona un periodo storico.
L'impressione forte è che proprio a questo pubblico sia rivolto il film diretto dall'esordiente Joseph Kosinsky, risultando più come un raffinato omaggio che come un vero e proprio tentativo di creare qualcosa di nuovo.
Gli indizi sono disseminati ovunque, a partire dalla scelta di mantenere pressochè invariata (fatta salva la normale evoluzione degli effetti visivi) la cifra stilistica con cui viene messo in scena l'universo di Tron, esaltandone forse anche la "glacialità" elettronica di colori ed ambienti.
Il medesimo discorso si può condurre per il comparto narrativo, in cui lo snodo principale (collocato nel mondo digitale) perde in poco tempo qualsiasi connessione con lo spunto ambientato ai giorni nostri, il cui sviluppo viene interrotto sul nascere (le vicende della ENCOM, il duello appena accennato appena accennato tra il protagonista ed il personaggio di Cillian Murphy, ridotto allo status di cameo). La trama si dipana in una sorta di limbo cristallizzato fuori dal tempo, ricalcando così fedelmente gli stilemi del primo episodio al punto tale da correre il rischio di spiazzare quanti non abbiano già familiarità con la storia precedente (i flashback disseminati qua e là aiutano solo parzialmente); il filo conduttore è solo superficialmente quello tecnologico (l'introduzione degli ISO serve a dare un minimo di struttura alla storia), essendo invece rappresentato dal rapporto padre/figlio in tutte le sue coniugazioni (Kevin/Sam Flinn, Quorra - Kevin Flinn, Clu 2.0 - Kevin Flinn...)
Tirando le somme, il risultato finale finisce però per essere caratterizzato da essenzialità e ritmo fluido, elementi che segnano un punto a favore di questo nuovo capitolo della storia di Kevin Flinn; così il quadro complessivo risulta indubbiamente positivo, tanto più perchè impreziosito da un cast azzeccato (in cui spiccano la presenza e gli occhi magnetici di Olivia Wilde ed un Michael Sheen perfetta mimesi di Ziggy Stardust...) ed una colonna sonora capolavoro (che siate o meno appassionati di musica elettronica...)
Voto: 7 (8++ se siete tra coloro che durante la scena della sala giochi hanno cercato di indovinare i diversi coin-op dalla forma del cabinato...)
Sentito omaggio ad uno dei film culto degli Anni Ottanta, Tron - Legacy viene parzialmente penalizzato dall'essere troppo ancorato ad un concept che a molti potrà sembrare datato e che quindi non potrà possedere a pieno il fascino visionario dell'originale. Visto però nell'ottica di una sorta di recupero filologico, inutile negare la bontà del risultato di make-up e rifinitura, che regala allo spettatore piccole gemme visive e sonore.
Gli occhi chiusi..la penna mollemente adagiata fra le dita..nei miei panni da recensore mi preparo ad affrontare un'impresa che ha i lineamenti dell'impossibile, quasi si trattasse di risvegliarsi improvvisamente e catturare su di un foglio un sogno e le sue sfumature, raccontarlo senza tacerne alcun paradosso o stupefacente invenzione. Un sogno senza apparente soluzione di continuità è infatti l'ultima creazione di Christopher Nolan, il suo (sperando mi si perdoni l'ardire...) capolavoro. Tratto distintivo delle sue opere è sempre stata questa sorta di insaziabile passione per l'intreccio complesso (di cui gli occhi dello spettatore riescono a svolgere il bandolo solo un po' alla volta), per il gioco guidato dall'unica regola che ciò che si vede spesso non coincide con la realtà; da "Memento" fino a "The Dark Knight", passando per "Insomnia" e "The Prestige", è stato possibile accorgersi di questo germoglio, che ora è compiutamente fiorito in "Inception". Agendo con tempi scenici giunti ad un passo dalla perfezione la mano del regista costruisce per la nostra mente un labirinto a dir poco magistrale: complesso quanto basta per pungolare senza sosta la nostra intelligenza e la nostra curiosità, ma non al punto da lasciarci smarriti fra le pieghe della trama.
La sceneggiatura è stata tessuta dai fratelli Nolan per dieci lunghi anni, ma il risultato di questo incessante lavoro di composizione e cesellatura è davanti ai nostri occhi sin dalla prima sequenza: la storia è densa e complessa, avvincente ed originale, ingannevolmente travestita da pellicola d'azione ed invece esplorazione fra le nebbie dei meccanismi con cui opera la mente umana. Senza dimenticare che il tutto funziona ad orologeria: le variazioni di ritmo sono impeccabili e i diversi piani del racconto sono concatenati con lo stesso meccanismo sorprendentemente semplice ed inesorabile per cui la caduta di una tessera del domino può provocare quella di altre centinaia.
E all'altezza della corsa mozzafiato si dimostra anche il traguardo finale (riguardo al quale sono debitore verso mio fratello della similitudine con il finale di Blade Runner ed il suo potere allusivo e chiarificatore) che, pur chiudendo perfettamente il circolo delle vicende, non "sigilla" completamente la storia, ma ci lascia ancora il pungolo per rielaborarla e scovarne i segreti.
Così, alla testa di un cast brillante ed affiatato, Leonardo Di Caprio (all'ennesima scommessa vinta della sua luminosa carriera) si trova a guidarci all'interno del primo vero erede/rivale di Matrix, con cui compete testa a testa in tutti gli aspetti e a cui cede forse una spanna di vantaggio in quei momenti in cui la complessità corre il rischio di tramutarsi in complicazione.
Voto: 9+
Degno erede di "Blade Runner" e "Matrix", la nuova pietra miliare del cinema di Fantascienza (la F è volutamente maiuscola) si rivela un meraviglioso rompicapo, magistralmente architettato per non concederci un attimo di respiro e per intrappolare la nostra mente in un mondo immaginario da cui fuggire non sarà semplice come far ruotare una trottola...
Come novelli don Chisciotte sfidati dai mulini a vento, ci troveremmo destinati ad inseguire un'illusione se cercassimo di individuare e classificare le ragioni per cui l'arte ci riesce ad emozionare, di tendere un filo di oggettività che ci consenta di prevedere le nostre reazioni di fronte ad essa. Esempi perfetti sono la pittura ed il cinema stesso, ma è impossibile dimenticare la poesia, alla base dell'ultima fatica di Jane Champion. La regista neozelandese (su proprio soggetto) decide di raccontare un frammento della breve e tormentata esistenza di John Keats, alfiere dell'ottocentesco romanticismo inglese, e del bruciante rapporto con la sua 'musa' Fanny Brawne.
Per farlo impugna la macchina da presa con delicatezza e quasi con pudore, 'spegne' la tonalità di molti colori ed accompagna il tutto con una colonna sonora lieve ed intessuta di archi. Questa sorta di sguardo 'neutro' con cui decide di farci osservare le vicende è un'impronta stilistica che per sua natura vive nel rischio di trasformare il tutto in un semplice documentario, ma in questo caso non fa altro che lasciare agli elementi della narrazione la libertà di emergere spontaneamente, rispettandone e preservandone le peculiarità.
Così, nel tessuto della vita nella campagna inglese di metà Ottocento, risplendono i fili delle poesie e degli sguardi dei due incantevoli protagonisti.
Il Keats di Ben Whishaw è tormentato, solitario ed affascinante, tanto fragile da sembrare in ogni istante sul punto di spezzarsi sotto il peso delle circostanze quanto in grado di trasmettere forza palpitante e travolgente nelle parole vergate su piccoli e sparsi frammenti di carta; incapace di sentirsi parte di un mondo alle cui emozioni riesce a dar voce meglio di chiunque altro.
Ma il vero splendore del film è tutto racchiuso nel volto e nelle movenze di Abby Cornish, tanto più stupefacente in quanto lontana da ogni forma di artificiosità. Così, illuminata dal germe di anticonformismo e ribellione che le alberga nel cuore, si muove con grazia tra le pieghe della storia, incuriosendo ed affascinando lo spettatore che, come il protagonista maschile, si trova a poco a poco avvinto dalla spirale che conduce verso l'amore bruciante e totalizzante.
Dal punto di vista cinematografico il lavoro della Champion è superbo proprio perchè riesce ad immergerci in queste vicende senza interporre filtri, ma proprio questo sarà per molti un elemento penalizzante:il film è permeato dello spirito dell'epoca e dei protagonisti e finisce con l'assumerne totalmente la forma, quindi non me la sento di condannare chi cadrà presto preda della noia a causa di una vicenda estranea e lontana dal proprio modo di sentire e pensare.
D'altronde, come si diceva all'inizio, beato colui che riuscirà a trovare il fulcro su cui agisce l'arte per emozionarci...
Voto: 8 1/2
La più recente opera in costume di Jane Champion regala momenti di autentica e vibrante poesia, anche se la veste scelta per la rappresentazione correrà forse il rischio di essere d'ostacolo all'empatia di chi non nutre un'intensa passione per il mondo descritto dalla regista neozelandese.
La risposta alla ricerca lanciata da Franco Battiato negli Anni Ottanta è ora saldamente nelle mani degli sceneggiatori chiamati a trasporre sul grande schermo le più celebrate opere a fumetti mondiali, che hanno eletto a centro di gravità permanente dei sequel da loro scritti la nascita e l'epifania di un grande villain, di un grande 'cattivo'.
Non fa eccezione il film diretto ancora una volta da Jon Favreau che, prima che dalle mosse di Tony Stark, prende avvio e linfa dalla volontà geniale, inesorabile e spietata dell'Ivan Vanko impersonato da Mickey Rourke (capace di farci giungere ancora qualche bagliore dall'oblio in cui è precipitato e di cui il volto tumefatto ed irriconoscibile è il segno più chiaro ed evidente), filo conduttore di una storia che, eccezion fatta per l'episodio monegasco, è maggiormente caratterizzata da un'unità di tempo e soprattutto di luogo. Le escursioni 'mediorientali' sono abbandonate non solo geograficamente, ma anche metaforicamente: i demoni da sconfiggere si celano dentro di noi e nel nostro passato, con un'enfasi maggiore di quanto avvenisse nel primo capitolo.
Tutto questo viene incarnato dalla spirale autodistruttiva in cui precipita Tony Stark, per la seconda volta reso 'vivo' da Robert Downey Jr., per cui onestamente vorremmo che questa seconda vita cinematografica durasse in eterno.
Proprio un innegabile punto di forza, come sa essere questo protagonista egocentrico, magnetico, spettacolarmente esagerato, è però la spia che mette a nudo il tallone d'Achille che finora era stato in qualche modo celato, nient'altro che la cinematografica conseguenza delle fumettistiche imperfezioni: la disparità tra supereroe ed alter-ego è troppo sbilanciata a favore di quest'ultimo e penalizza notevolmente il racconto quando il miliardario americano veste la livrea oro e porpora (i combattimenti, ad esempio, volano ad un livello appena più alto della mediocrità...); tanto più se, come accade più di frequente rispetto alla prima pellicola, la sceneggiatura ogni tanto abbandona i personaggi e vive un po' troppo di alti e bassi.
Così viene condizionato anche il lavoro del pur notevole cast (con tutto il rispetto per i sempre rimarchevoli Jackson, Rockwell e Paltrow, la Scarlett Johansson rivisitata in salsa action merita il prezzo di uno, due, forse tre biglietti...) e anche qualche buona idea non viene adeguatamente sorretta (ogni riferimento al ruolo della S.H.I.E.L.D. ed al rapporto di Tony con il proprio padre non è puramente casuale...!)
Voto: 7-
Onesto ed ennesimo frutto del filone supereroistico americano, un film che si lascia piacevolmente guardare pur senza staccarsi particolarmente dalla routine del genere.