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"La boxe è qualcosa di innaturale, perchè si fa sempre tutto al contrario. (...) Invece di allontanarti dal dolore, come farebbe qualunque persona sana, gli vai incontro."
Quello che tace il Morgan Freeman di "Million Dollar Baby" è che spesso a spingere in avanti il pugile è proprio il dolore (interiore) che invece egli vuole lasciarsi alle spalle. Probabilmente è per questo motivo che le migliori storie di boxe sono quelle che hanno saputo raccontare meglio questo dolore, sino a farlo trasudare dalle immagini.
Al novero di queste migliori storie appartiene senza dubbio l'ultima fatica del 'desaparecido' David O. Russell, messa in scena del frammento più significativo della vita e della carriera di "Irish" Micky Ward, indissolubilmente e drammaticamente legate ai microcosmi della sua famiglia (nel senso tribale ed assolutizzante che solo irlandesi ed italiani sanno dare a questa parola...) e della piccola cittadina di Lowell, Massachussets.
Impugnando la macchina da presa, il regista di "Three Kings" decide di condurre la narrazione dando il medesimo peso ai tre mondi in gioco (pugile, famiglia, luogo) ed ottiene così un'opera molto più sfaccettata, ricca ed equilibrata di quelle invece maggiormente concentrate sul protagonista: esemplari in questo senso sono i diversi combattimenti, in cui il contesto esterno ha un valore pari, se non superiore, a quello di ciò che avviene tra le corde del ring.
Ad aiutarlo in questa scelta contribuisce notevolmente la sceneggiatura "da strada" stesa dal team guidato da Scott Silver, la penna celata dietro "8 Mile". Questo fatto non è puramente casuale e chiarisce limpidamente quale sia la chiave di volta intorno cui è costruita la vita cinematografica dei vari personaggi: l'ambiente che li circonda entra loro sottopelle, rimane loro addosso come un marchio incancellabile. Ogni istante ed ogni azione sono schiacciati da una mediocrità che non può essere lavata via, da un futuro già scritto cui sembra impossibile sottrarsi.
In questa pellicola tale coacervo di amarezza e sofferenza trova l'incarnazione perfetta in un gruppo di attori da applausi, partendo dai comprimari sino a giungere a quelli principali: se Amy Adams dimostra di possedere talento ed una bellezza multidimensionale, a strabiliare sono l'irriconoscibile Melissa Leo, che regala una matrona strabordante ed eccessiva (una sorta di Erinni dalla chioma cotonata 'Eighties Style' e dalla sigaretta sempre innescata...), e l'indescrivibile Christian Bale, capace di dare vita ad un tossicomane da antologia, con occhi, scarni lineamenti e movenze deformati e divorati dalla droga e dall'istinto autodistruttivo.
Mi si permetta un commento finale anche su Mark Wahlberg.
A mia memoria in nessuno dei suoi film è stato il migliore attore e di certo non ci troviamo di fronte ad un fuoriclasse della recitazione; è però impossibile negare come sia spessissimo l'uomo giusto al posto giusto nel film giusto (vi dicono qualcosa autentici cult sommersi come "Boogie Nights", "Shooter", "Four Brothers", "I padroni della notte",..?), grazie ad un stile comunque decoroso e ad una carisma fisico assolutamente di primo livello.
Voto: 8 1/2
Grande film sulla boxe in cui i combattimenti più feroci ed il dolore più lancinante appartengono alla vita fuori dal ring, ritratto a tinte intense di una America di provincia soffocata dall'inedia e dalla mediocrità (per amor di confronto vi consiglio "The Town" di e con Ben Affleck), "The Fighter" riesce nel compito gravoso di rendere onore ad una storia vera senza trasformarla nell'ennesima edificante favoletta a stelle e strisce.

TheScreenSurfer 7/8_In una bella e fredda Berlino non da cartolina un thriller decisamente ben girato, dal canovaccio non inedito, ma avvincente fino alla fine. Cast molto azzeccato.
Chissà cosa sarebbe successo nel fantasioso caso in cui Leonardo da Vinci, dopo una deriva artistica più che ventennale seguita ai suoi capolavori (e popolata solo di opere sempre più trascurabili...), avesse deciso di rimettere mano ai pennelli per ritrarre nuovamente una nobildonna fiorentina... Molto probabilmente la reazione dei contemporanei sarebbe stata un misto di diffidenza e curiosità, la prima frutto del deludente esilio creativo e la seconda generata dalla grande ammirazione per le opere passate.
Nei medesimi panni mi sono ritrovato una volta posto di fronte all'ultima creazione di John Landis, regista di magistrali film come "Tutto in una notte" ed "Una poltrona per due", alle prese con il suo primo vero 'buddy movie' dopo "The Blues Brothers" (semplicemente, uno dei dieci migliori film di sempre...).
Com'è ovvio che sia, il primo e fondamentale passo in questo genere cinematografico consiste nella scelta della coppia protagonista, che in "Burke & Hare" è decisamente indovinata.
Il mascalzone idealista e dall'animo buono ha le fattezze di Simon Pegg, ormai familiari anche agli spettatori meno cinefili. Ancora una volta l'attore inglese si dimostra un vero e proprio fuoriclasse della risata a tutto tondo, con il suo personalissimo mix di ironia e comicità involontaria da uomo qualunque che gli permettono di trovarsi a suo agio svariando dalla commedia brillante sino alla parodia. Ad indossare i panni del suo compare dal ghigno e dallo sguardo furfanteschi troviamo invece niente meno che il prodigioso burattinaio Andy Serkis, nel passato in grado di stupirci infondendo vita ed emozioni in fredde marionette digitali; il trovarselo di fronte in carne ed ossa conferma ancora una volta la sua predilezione e la sua innata abilità per le performance sopra le righe, che diviene però quasi incapacità di utilizzare un registro dai toni più bassi.
L'accoppiata funziona alla grande, per affiatamento e capacità di trasmettere lo humor nero di cui è permeata la pellicola, che scorre piacevolmente con tempi studiati al centesimo. Il merito della regia e della sceneggiatura è infatti quello di usare una vicenda con precise e drammatiche fondamenta storiche come se si trattasse del canovaccio di una commedia surreale, solamente a tinte un po' fosche: questo da un lato conferisce alla storia una certa solidità e coerenza/plausibilità, mentre dall'altro la alleggerisce, donandole una vivacità ed un brio che altrimenti le sarebbero sconosciuti.
Nell'osservare dall'esterno la perizia con cui questo lavoro viene condotto si ha la fortissima impressione di trovarsi davanti ad un gran film piovuto direttamente dagli Anni Ottanta, con gli immutati pregi di abilità cinematografica, ma anche con il difetto di essere stato costruito come se gli ultimi trent'anni non fossero esistiti (fatta eccezione per il grande cast), a causa di una linearità forse eccessiva che finisce con il mantenere nello spettatore un certo distacco dalla storia che prende forma sul grande schermo.
Anche a voi l'ingrato fardello di stabilire se di difetto si tratti oppure della nostro progressivo disabituarci ad apprezzare le cose semplici...
Voto: 7 1/2
Il ritorno dietro la macchina da presa di uno dei geniali artisti che meglio ha saputo dare voce e volto agli Anni Ottanta cinematografici regala allo spettatore un'opera costruita con una abilità che tecnicamente non teme lo scorrere del tempo, ma che forse si incrina un po' quando spostiamo lo sguardo sulla capacità di catturare e trascinare con sè lo spettatore di cui i suoi lavori precedenti erano magnifici esempi...
Affondando le radici del suo pensiero sino alle tradizioni mitologiche del mondo antico, C.S. Jung elaborò il concetto di Ombra, il lato oscuro ed inconscio dell'animo di ogni uomo, coacervo delle sue pulsioni e di quegli istinti che egli ritiene inaccettabili.
Vittima della fascinazione che l'arte da sempre subisce nei confronti di questa realtà, Darren Aronofsky costruisce il suo film per scrutarla nascostamente, per sorprenderne i lampi e la brama di emergere al mondo esterno; per farlo compone come sfondo della vicenda la messa in scena de "Il lago dei cigni" di Čajkovskij, magnifica ode al tema del doppio.Come in "The Wrestler"egli sceglie di usare la macchina da presa portandola quasi a sbattere contro i personaggi, ossessivamente, quasi fino a denudarli: grazie anche alla fotografia cupa e monocromatica, questo stile 'realista' toglie ai corpi l'algida poeticità, ma restituisce loro la carnalità più assoluta (esemplare la sequenza con la fisioterapista). Anche nel ritrarre l'azione dei ballerini, con movimenti vorticosi e di velocità sempre differenti, si ottiene l'effetto di trasmettere ai gesti drammaticità e passione insostenibili.
Il tema del doppio è l'essenza del film e la sua ragion d'essere, ma non il punto più importante: la perfezione è il punto di fuga della storia, la sua ossessionante ricerca è il motore degli eventi. Per dipingere questo contesto la musica classica diviene uno strumento senza pari, soprattutto se fiorita dall'immaginazione di Čajkovskij: essa aleggia sopra i personaggi come simulacro di irraggiungibile perfezione, incombendo su ogni singola azione come monito della altrui fallibilità, frustrando i corpi e le menti sino a costringerli ad infrangere i propri limiti. Anche nella sua incarnazione moderna la musica è elevata al rango di protagonista, traducendo in modo quantomeno efficace lo stordimento e l'ebbrezza selvaggi che esplodono con il crollo delle inibizioni.
Per mantenere inalterata la carica drammatica di questo carnale flusso di emozioni è però indispensabile trovare dei corpi perfetti con cui trasmetterlo: l'inquietante madre Barbara Hershey (irrisconoscibile al pari del Mickey Rourke di due anni fa), la rivale tentatrice Mila Kunis (in decisa crescita attoriale e perfettamente in parte) ed il solito Vincent Cassell (di immutati fisicità e magnetismo) sono però solo gradini di una piramide sulla cui cima si posa Natalie Portman. La sua prova lascia letteralmente a bocca aperta, strabiliando ad ogni inquadratura per come riesca a recitare due ruoli opposti passando dall'uno all'altro con il semplice mutar di uno sguardo, per come reciti con ogni parte del corpo, colpendo al petto lo spettatore con ogni sua singola emozione, trascinandolo con sè in una spirale autodistruttiva.
E' un vero peccato che il punto debole della pellicola giaccia proprio in questa caduta verso la perdizione, verso cui lo spettatore è sospinto: il regista la conduce sino all'eccesso, sino ad un livello quasi disturbante, perdendo qualche volta il controllo della storia e dello spettatore, che si ritrova smarrito e disorientato dal balzare confuso tra realtà e fantasia.
Voto: 7+
Moderno tributo ad una tema quantomai affascinante, il film dipinge in modo brillante la battaglia tra il nostro lato chiaro ed il nostro lato oscuro servendosi come strumento di un'altra forma d'arte, il balletto, e dei corpi che ne sono gli strumenti. La perfetta mimesi che si viene a creare con la strepitosa protagonista non viene però guidata con perizia, finendo per rendere il risultato confuso, troppo 'eccessivo' e fine a sè stesso.


TheScreensurfer 7 1/2_Arpia con i pantaloni (Hailee), vecchio ubriacone (Jeff), mandriano babbeo ( Matt) perfetti nella revisione realista, ma non necessaria di un classico
Probabilmente influenzato dalla stretta attualità, negli ultimi giorni sono stato stuzzicato dall'idea di affidare per qualche tempo la mia penna di recensore nella mani di un persona come Simone Moro, un alpinista di quella fatta, e di porlo dinnanzi al genere della commedia romantica con il compito di descriverlo utilizzando la sua esperienza.
Mi piace immaginare che il risultato di questo esperimento risiederebbe in un paragone, nel paragone con uno degli Ottomila più impegnativi: poche persone sono riuscite a raggiungere la vetta, ancor meno quelli che hanno aperto o apriranno nuove vie, mentre molti, troppi, sono quelli che senza averne i mezzi si affollano nella salita semplicemente ripercorrendo le orme d'altri, per questo inesorabilmente destinati all'insuccesso. Al giorno d'oggi partire bene e compiere lunghi tratti dell'ascesa è diventato impresa comune, ma è una rarità trovare chi riesca a proseguire oltre il punto in cui diviene indispensabile far conto solo sulle capacità proprie e dei compagni.
A capo di questa spedizione tutta europea de "Il truffacuori" si pone il regista Pascal Chaumeil, circondatosi di una squadra (dall'impronta fortemente transalpina...) guidata da Romain Duris (finalmente quasi libero dalle ultime scorie de "L'appartamento spagnolo"...) e Vanessa 'Ms. Depp' Paradis.
Un osservatore esterno non particolarmente amante dello stile francese si troverebbe probabilmente a nutrire già a questo punto un pizzico di pregiudizio sull'intero progetto, ma la coltre di scetticismo è destinata sorprendentemente a diradarsi sin dalla prima scena, quando l'irrompere della memorabile voce di Dusty Springfield strappa un moto di sorpresa al volto dello spettatore e dà fuoco alle polveri di una colonna sonora grandiosa, capace di mescolare con grandissima efficacia generi e stili molto eterogenei e di divenire uno dei punti di forza del film.
A monte di questa scelta vi è sicuramente anche il lavoro del terzetto di sceneggiatori quasi debuttanti, che decidono di dare alla vicenda un taglio abbastanza insolito da incontrare in questo genere: il lavoro di Alex e del suo team, organizzato con precisione chirurgica e professionalità estrema, impone alla storia un ritmo sorprendente, che riesce nell'impresa di tenerla lontana (per quanto possibile...) da quelle sabbie mobili narrative che sono la mielosità e la scontatezza; senza tralasciare il fatto che questo approccio si rivela fondamentale per creare gli spunti comici di cui è disseminata la pellicola, in grado di regalare momenti di autentico divertimento...
In altre parole il film funziona dannatamente bene, dall'inizio sino alla fine (finalmente una chiusura con i tempi giusti, asciutta e non dilatata abnormemente!), riuscendo anche a non tradire mai la sua connotazione romantica (a riprova di questo pensate al motivo per cui Vanessa Paradis vi sembri sempre più bella con il passare dei minuti...è segno che anche voi siete stati trascinati nel vortice che afferra poco a poco il protagonista...)
Voto:8
Una vera sorpresa questa sorta di "Mission Impossible" a sfondo romantico, rivelatosi leggero e molto godibile, originale quel tanto che basta per regalare una boccata di aria fresca ad un genere un po' bloccato nell'imitazione di sè stesso.
Durante la notte del prossimo 27 febbraio i riflettori della cerimonia degli Oscar si accenderanno ed è singolare che due delle opere che saranno più rischiarate dal loro fascio siano "The Social Network" e "The King's Speech", così profondamente diverse in superficie eppure così insospettabilmente simili se scrutate in profondità: entrambe infatti ruotano intorno al punto focale della comunicazione, della sua inarrestabile globalizzazione e di come ha mutato la traiettoria di vite normali ed eccezionali (nella sua accezione letterale).
Negli Anni Trenta del secolo scorso la radio esercita con sempre maggior forza questo potere: divenendo con il passare dei giorni un mezzo indispensabile per diffondere informazioni e raggiungere persone sempre più lontane, essa rende ogni momento più decisiva e discriminante la capacità di servirsi di questo mezzo.
Tale capacità fa certamente difetto ad Albert Frederick Arthur George Windsor - Duca di York (Giorgio VI per i posteri......Bertie per la famiglia......), sin dall'infanzia intrappolato dalla balbuzia e costretto a vagare senza successo di specialista in specialista, fino all'incontro con il poco ortodosso logopedista Lionel Logue.
Ridotto alla sua essenza, il film diretto da Tom Hooper non è altro che il racconto del duetto che viene messo in scena dai due e che li porta, a suon di scaramucce e riappacificamenti, dall'iniziale diffidenza verso una profonda amicizia. L'evolversi di questo rapporto è ben orchestrato da una sceneggiatura dotata di qualità e ritmo, priva di fronzoli ma prodiga di sottotesti che arricchiscono la vicenda principale senza toglierle linfa. Di volta in volta, come voci differenti all'interno di un unico coro, emergono il rapporto con la famiglia ed i figli, il solco scavato tra colonizzatori e colonizzati o tra popolo e nobiltà, la guerra, ecc ... che consentono alla storia di dipanarsi senza battute a vuoto e ne evidenziano l'attitudine da pièce teatrale.
Anche la regia tradisce questa impronta, servendosi di movimenti di macchina semplici e di una fotografia molto "londinese" (per colori e gradazione della luce) che dona alle scenografie ed agli ambienti quelle sembianze quasi bidimensionali proprie dei palcoscenici.
La scelta di un registro essenziale e, per certi versi, classico certamente privilegia l'affidabilità rispetto all'originalità, ma riesce nell'intento di esaltare con efficacia l'elemento più prezioso della pellicola, i suoi interpreti. All'interno di un cast ove ciascuno merita un plauso, da Helena Bonham Carter sino ad un meraviglioso Colin Firth (quanta grandezza vi è nel rendere quel mescolarsi di devastante insicurezza ed ardente orgoglio...), il tutto viene letteralmente oscurato da un monumentale Geoffrey Rush, in grado di dominare lo schermo anche senza profferir verbo (se siete scettici ammirate la sequenza finale...).
Voto:8
Tributo ad un cinema classico, di impronta quasi teatrale, possiede tutti gli ingredienti (grandi attori, ottima scrittura, vicenda a sfondo storico) in grado di attirare i favori della Academy e di colpire anche il grande pubblico, pur senza sfoggiare l'originalità tra i gioielli della sua corona.