skip to main |
skip to sidebar
Ogni tanto mi sorprendo a chiedermi che sarebbe della mia opera di recensore se madre natura mi avesse fatto dono di quella genialità che rende in grado di descrivere la bellezza assoluta secondo la sua disarmante semplicità, necessitando di ancor meno parole di quante ne richieda la normalità...se così fosse sarebbe immensamente leggero l'affrontare la più recente creazione di Clint Eastwood, descrivere con poche pennellate la straordinaria essenza di arte cinematografica messa in opera dall'ottantenne regista americano.
Questo accade perchè egli torna, dopo la parentesi un po' più 'fredda' di "Invictus", a narrare storie in cui il singolo individuo risplende più della Storia, terreno sul quale è maestro senza eguali. Il suo cinema permette ai personaggi di 'esplodere' sullo schermo con i loro sguardi ed i loro dialoghi, accompagnandoli con il suo stile pulito e perfetto fatto di lente inquadrature che si muovono sullo sfondo di una colonna sonora (ancora una volta 'autocomposta') in cui il silenzio è efficace tanto quanto i delicati accompagnamenti di pianoforte e chitarra. La drammaticità della storia corre così verso lo spettatore proprio come se si trattasse di uno tsunami, in cui la incantevole quiete della storia deflagra nel breve volgere di pochi istanti travolgendolo e portandolo via.
Proprio lo tsunami del 2004 e l'attentato alla metropolitana londinese nel 2005 sono due dei momenti chiave del film, che infatti ruota principalmente intorno al tema della morte e, in modo secondario ma inseparabile come la faccia opposta della medesima medaglia, all'eros di greca memoria...
La fine dell'esistenza terrena viene però osservata concentrando lo sguardo non tanto sui momenti che la precedono, quanto su quelli che la seguono, in questo e nell'altro mondo (l'Hereafter del titolo...); servendosi delle storie di tre persone molto diverse tra loro, il tema portante del film viene dipanato da ciascuna di loro secondo un percorso estremamente umano (anche se qualcuno giudicherà forse eccessive le influenze new age) che, come fiumi uniti dal richiamo del mare, le porterà ad incontrarsi nel corso della vicenda.
Parte essenziale della grandezza del regista consiste proprio nel trattare gli interrogativi connaturati all'uomo in modo tale da non imporci, ma proporci il suo punto di vista, alimentando così il nostro moto ad interrogarci e scuotendoci dal rimanere passivi fruitori delle immagini che scorrono sul grande schermo (esempio irraggiungibile di questo meccanismo rimane "Million Dollar Baby").
Meravigliosa è la capacità di utilizzare il registro tragico, ma non da meno è la perizia nel raccontare con semplicità l'amore, che si tratti di fratelli, di amanti o di semplici sconosciuti che si incontrano ad un corso di cucina (la scena dell'assaggio vale da sola più delle decine di simili già viste in passato...).
In questo quadro vicino alla perfezione sono convinto che solo una nota a molti parrà dissonante, quella emessa da un finale insolitamente lieto; ho però la convinzione che si tratti solo di una sensazione frutto dell'incessante lavorio del mondo moderno, che ci abitua a considerare il finale pessimista come l'unico realistico (oltre a confondere i concetti di tragico e pessimista. Provate a riprendere in mano Gran Torino...a dispetto della tragicità il finale contiene indubbiamente un seme positivo).
E poi, in tutta onestà, non si sarebbe potuta definire degna una chiusura della storia che prescindesse dal sorriso della splendida Cecile De France......
Voto: 9
L'ormai 'noiosamente' meraviglioso Clint Eastwood ci regala un'altra gemma preziosa, appena una spanna inferiore a "Million Dollar Baby" e "Gran Torino", ma immensamente superiore alla gran parte dell'universo cinematografico conosciuto per capacità di emozionare e far riflettere.
Tornate con la vostra mente, solo per un attimo, alla sequenza conclusiva di "Ratatouille"... all'assaggio del piatto che dà il nome alla pellicola...... ricordate il vortice in cui viene risucchiata la memoria emotiva di Ego? Ecco, premessa doverosa a questa mia nuova recensione è che il nome Tron sortisce sulle mie "sinapsi" cervello-cuore il medesimo effetto... Facendosi compagna del passaggio tra infanzia ed adolescenza, la pellicola del 1982 è infatti divenuta il simbolo della prima generazione vera e propria di videogiocatori, contribuendo alla creazione di un nuovo filone della fantascienza.
Diramatasi dal genere classico (che nelle 'galassie' del grande e del piccolo schermo aveva già collocato quelli che sono tutt'ora i suoi capolavori) essa ha posto le fondamenta del cyberpunk cinematografico, che toccherà il suo vertice diciassette anni dopo grazie ad un nerovestito figuro di nome Neo, avente come fulcro la creazione su base elettronica di mondi paralleli al nostro. Proprio questa motivazione ha spinto ad adottare il gioco elettronico come modalità più semplice ed efficace di rappresentazione di questa realtà alternativa, scelta che oggi parrà sin troppo obsoleta, ma che non mancherà di suscitare un sospiro di nostalgia in quanti hanno vissuto in prima persona un periodo storico.
L'impressione forte è che proprio a questo pubblico sia rivolto il film diretto dall'esordiente Joseph Kosinsky, risultando più come un raffinato omaggio che come un vero e proprio tentativo di creare qualcosa di nuovo.
Gli indizi sono disseminati ovunque, a partire dalla scelta di mantenere pressochè invariata (fatta salva la normale evoluzione degli effetti visivi) la cifra stilistica con cui viene messo in scena l'universo di Tron, esaltandone forse anche la "glacialità" elettronica di colori ed ambienti.
Il medesimo discorso si può condurre per il comparto narrativo, in cui lo snodo principale (collocato nel mondo digitale) perde in poco tempo qualsiasi connessione con lo spunto ambientato ai giorni nostri, il cui sviluppo viene interrotto sul nascere (le vicende della ENCOM, il duello appena accennato appena accennato tra il protagonista ed il personaggio di Cillian Murphy, ridotto allo status di cameo). La trama si dipana in una sorta di limbo cristallizzato fuori dal tempo, ricalcando così fedelmente gli stilemi del primo episodio al punto tale da correre il rischio di spiazzare quanti non abbiano già familiarità con la storia precedente (i flashback disseminati qua e là aiutano solo parzialmente); il filo conduttore è solo superficialmente quello tecnologico (l'introduzione degli ISO serve a dare un minimo di struttura alla storia), essendo invece rappresentato dal rapporto padre/figlio in tutte le sue coniugazioni (Kevin/Sam Flinn, Quorra - Kevin Flinn, Clu 2.0 - Kevin Flinn...)
Tirando le somme, il risultato finale finisce però per essere caratterizzato da essenzialità e ritmo fluido, elementi che segnano un punto a favore di questo nuovo capitolo della storia di Kevin Flinn; così il quadro complessivo risulta indubbiamente positivo, tanto più perchè impreziosito da un cast azzeccato (in cui spiccano la presenza e gli occhi magnetici di Olivia Wilde ed un Michael Sheen perfetta mimesi di Ziggy Stardust...) ed una colonna sonora capolavoro (che siate o meno appassionati di musica elettronica...)
Voto: 7 (8++ se siete tra coloro che durante la scena della sala giochi hanno cercato di indovinare i diversi coin-op dalla forma del cabinato...)
Sentito omaggio ad uno dei film culto degli Anni Ottanta, Tron - Legacy viene parzialmente penalizzato dall'essere troppo ancorato ad un concept che a molti potrà sembrare datato e che quindi non potrà possedere a pieno il fascino visionario dell'originale. Visto però nell'ottica di una sorta di recupero filologico, inutile negare la bontà del risultato di make-up e rifinitura, che regala allo spettatore piccole gemme visive e sonore.
Gli occhi chiusi..la penna mollemente adagiata fra le dita..nei miei panni da recensore mi preparo ad affrontare un'impresa che ha i lineamenti dell'impossibile, quasi si trattasse di risvegliarsi improvvisamente e catturare su di un foglio un sogno e le sue sfumature, raccontarlo senza tacerne alcun paradosso o stupefacente invenzione. Un sogno senza apparente soluzione di continuità è infatti l'ultima creazione di Christopher Nolan, il suo (sperando mi si perdoni l'ardire...) capolavoro. Tratto distintivo delle sue opere è sempre stata questa sorta di insaziabile passione per l'intreccio complesso (di cui gli occhi dello spettatore riescono a svolgere il bandolo solo un po' alla volta), per il gioco guidato dall'unica regola che ciò che si vede spesso non coincide con la realtà; da "Memento" fino a "The Dark Knight", passando per "Insomnia" e "The Prestige", è stato possibile accorgersi di questo germoglio, che ora è compiutamente fiorito in "Inception". Agendo con tempi scenici giunti ad un passo dalla perfezione la mano del regista costruisce per la nostra mente un labirinto a dir poco magistrale: complesso quanto basta per pungolare senza sosta la nostra intelligenza e la nostra curiosità, ma non al punto da lasciarci smarriti fra le pieghe della trama.
La sceneggiatura è stata tessuta dai fratelli Nolan per dieci lunghi anni, ma il risultato di questo incessante lavoro di composizione e cesellatura è davanti ai nostri occhi sin dalla prima sequenza: la storia è densa e complessa, avvincente ed originale, ingannevolmente travestita da pellicola d'azione ed invece esplorazione fra le nebbie dei meccanismi con cui opera la mente umana. Senza dimenticare che il tutto funziona ad orologeria: le variazioni di ritmo sono impeccabili e i diversi piani del racconto sono concatenati con lo stesso meccanismo sorprendentemente semplice ed inesorabile per cui la caduta di una tessera del domino può provocare quella di altre centinaia.
E all'altezza della corsa mozzafiato si dimostra anche il traguardo finale (riguardo al quale sono debitore verso mio fratello della similitudine con il finale di Blade Runner ed il suo potere allusivo e chiarificatore) che, pur chiudendo perfettamente il circolo delle vicende, non "sigilla" completamente la storia, ma ci lascia ancora il pungolo per rielaborarla e scovarne i segreti.
Così, alla testa di un cast brillante ed affiatato, Leonardo Di Caprio (all'ennesima scommessa vinta della sua luminosa carriera) si trova a guidarci all'interno del primo vero erede/rivale di Matrix, con cui compete testa a testa in tutti gli aspetti e a cui cede forse una spanna di vantaggio in quei momenti in cui la complessità corre il rischio di tramutarsi in complicazione.
Voto: 9+
Degno erede di "Blade Runner" e "Matrix", la nuova pietra miliare del cinema di Fantascienza (la F è volutamente maiuscola) si rivela un meraviglioso rompicapo, magistralmente architettato per non concederci un attimo di respiro e per intrappolare la nostra mente in un mondo immaginario da cui fuggire non sarà semplice come far ruotare una trottola...
Come novelli don Chisciotte sfidati dai mulini a vento, ci troveremmo destinati ad inseguire un'illusione se cercassimo di individuare e classificare le ragioni per cui l'arte ci riesce ad emozionare, di tendere un filo di oggettività che ci consenta di prevedere le nostre reazioni di fronte ad essa. Esempi perfetti sono la pittura ed il cinema stesso, ma è impossibile dimenticare la poesia, alla base dell'ultima fatica di Jane Champion. La regista neozelandese (su proprio soggetto) decide di raccontare un frammento della breve e tormentata esistenza di John Keats, alfiere dell'ottocentesco romanticismo inglese, e del bruciante rapporto con la sua 'musa' Fanny Brawne.
Per farlo impugna la macchina da presa con delicatezza e quasi con pudore, 'spegne' la tonalità di molti colori ed accompagna il tutto con una colonna sonora lieve ed intessuta di archi. Questa sorta di sguardo 'neutro' con cui decide di farci osservare le vicende è un'impronta stilistica che per sua natura vive nel rischio di trasformare il tutto in un semplice documentario, ma in questo caso non fa altro che lasciare agli elementi della narrazione la libertà di emergere spontaneamente, rispettandone e preservandone le peculiarità.
Così, nel tessuto della vita nella campagna inglese di metà Ottocento, risplendono i fili delle poesie e degli sguardi dei due incantevoli protagonisti.
Il Keats di Ben Whishaw è tormentato, solitario ed affascinante, tanto fragile da sembrare in ogni istante sul punto di spezzarsi sotto il peso delle circostanze quanto in grado di trasmettere forza palpitante e travolgente nelle parole vergate su piccoli e sparsi frammenti di carta; incapace di sentirsi parte di un mondo alle cui emozioni riesce a dar voce meglio di chiunque altro.
Ma il vero splendore del film è tutto racchiuso nel volto e nelle movenze di Abby Cornish, tanto più stupefacente in quanto lontana da ogni forma di artificiosità. Così, illuminata dal germe di anticonformismo e ribellione che le alberga nel cuore, si muove con grazia tra le pieghe della storia, incuriosendo ed affascinando lo spettatore che, come il protagonista maschile, si trova a poco a poco avvinto dalla spirale che conduce verso l'amore bruciante e totalizzante.
Dal punto di vista cinematografico il lavoro della Champion è superbo proprio perchè riesce ad immergerci in queste vicende senza interporre filtri, ma proprio questo sarà per molti un elemento penalizzante:il film è permeato dello spirito dell'epoca e dei protagonisti e finisce con l'assumerne totalmente la forma, quindi non me la sento di condannare chi cadrà presto preda della noia a causa di una vicenda estranea e lontana dal proprio modo di sentire e pensare.
D'altronde, come si diceva all'inizio, beato colui che riuscirà a trovare il fulcro su cui agisce l'arte per emozionarci...
Voto: 8 1/2
La più recente opera in costume di Jane Champion regala momenti di autentica e vibrante poesia, anche se la veste scelta per la rappresentazione correrà forse il rischio di essere d'ostacolo all'empatia di chi non nutre un'intensa passione per il mondo descritto dalla regista neozelandese.
La risposta alla ricerca lanciata da Franco Battiato negli Anni Ottanta è ora saldamente nelle mani degli sceneggiatori chiamati a trasporre sul grande schermo le più celebrate opere a fumetti mondiali, che hanno eletto a centro di gravità permanente dei sequel da loro scritti la nascita e l'epifania di un grande villain, di un grande 'cattivo'.
Non fa eccezione il film diretto ancora una volta da Jon Favreau che, prima che dalle mosse di Tony Stark, prende avvio e linfa dalla volontà geniale, inesorabile e spietata dell'Ivan Vanko impersonato da Mickey Rourke (capace di farci giungere ancora qualche bagliore dall'oblio in cui è precipitato e di cui il volto tumefatto ed irriconoscibile è il segno più chiaro ed evidente), filo conduttore di una storia che, eccezion fatta per l'episodio monegasco, è maggiormente caratterizzata da un'unità di tempo e soprattutto di luogo. Le escursioni 'mediorientali' sono abbandonate non solo geograficamente, ma anche metaforicamente: i demoni da sconfiggere si celano dentro di noi e nel nostro passato, con un'enfasi maggiore di quanto avvenisse nel primo capitolo.
Tutto questo viene incarnato dalla spirale autodistruttiva in cui precipita Tony Stark, per la seconda volta reso 'vivo' da Robert Downey Jr., per cui onestamente vorremmo che questa seconda vita cinematografica durasse in eterno.
Proprio un innegabile punto di forza, come sa essere questo protagonista egocentrico, magnetico, spettacolarmente esagerato, è però la spia che mette a nudo il tallone d'Achille che finora era stato in qualche modo celato, nient'altro che la cinematografica conseguenza delle fumettistiche imperfezioni: la disparità tra supereroe ed alter-ego è troppo sbilanciata a favore di quest'ultimo e penalizza notevolmente il racconto quando il miliardario americano veste la livrea oro e porpora (i combattimenti, ad esempio, volano ad un livello appena più alto della mediocrità...); tanto più se, come accade più di frequente rispetto alla prima pellicola, la sceneggiatura ogni tanto abbandona i personaggi e vive un po' troppo di alti e bassi.
Così viene condizionato anche il lavoro del pur notevole cast (con tutto il rispetto per i sempre rimarchevoli Jackson, Rockwell e Paltrow, la Scarlett Johansson rivisitata in salsa action merita il prezzo di uno, due, forse tre biglietti...) e anche qualche buona idea non viene adeguatamente sorretta (ogni riferimento al ruolo della S.H.I.E.L.D. ed al rapporto di Tony con il proprio padre non è puramente casuale...!)
Voto: 7-
Onesto ed ennesimo frutto del filone supereroistico americano, un film che si lascia piacevolmente guardare pur senza staccarsi particolarmente dalla routine del genere.
In epoca di sondaggi ed elezioni, il mio più recente ballottaggio personale per la serata al cinema si è svolto nel campo della commedia, tra la Happy Family di Salvatores ed il mondo Complicato diretto da Nancy Meyers. A far pendere la mia scelta in direzione di quest'ultimo ci ha pensato la mia incurabile esterofilia, ma anche la riflessione che, pur avendo molto apprezzato il lavoro della regista americana, ho sempre mantenuto sospeso il giudizio su di lei.
Guardando i suoi film (a partire da "What Women Want") l'impressione che si avverte è quella di osservare un bravo chef intento nella preparazione di un soufflé che non ne vuole sapere di riuscire: gli ingredienti sono tutti di alta qualità, la ricetta è eseguita con grande cura ed abilità, ma i tempi con cui chiudere la cottura (necessariamente perfetti...) si rivelano invariabilmente sbagliati ed il risultato finale non assume la forma sperata. Così i suoi film, dopo la prima parte intrigante e promettente, si accartocciano per colpa di tempi sbagliati nella storia, o troppo affrettati o troppo dilatati.
Esattamente il contrario è quanto avviene nell'ultima pellicola, che parte un po' a rilento, con un velo di tristezza a posarsi su una vicenda ravvivata appena da alcuni guizzi che però rischiano di ridurre il tutto a nient'altro che ad una macchietta "over 50" di "Sex and The City".
Invece, giusto ad un passo dal fare scattare il tedio nello spettatore, il tono della storia comincia ad aumentare il numero dei colpi ed a divenire via via più brillante. Diviene chiaro che la mano della regista ha sempre avuto l'intenzione ed il merito di adattarsi empaticamente allo stato d'animo della protagonista, che nella parte centrale viene poco per volta trascinata in un vortice di crescente e spensierta euforia.
Si ride di gusto (imperdibile la sequenza dello spinello...) e la sceneggiatura non accusa passaggi a vuoto, complicandosi progressivamente per intelligente pianificazione e non come tentativo improvviso di rianimare una trama che si sta lentamente prosciugando.
In un immaginario discorso da premio Oscar, il ringraziamento più sentito per la riuscita del film sarebbe però rivolto alle due colonne su cui si poggia tutto il lavoro del cast (tra cui un insolito e misurato comprimario come Steve Martin..): l'immensa Meryl Streep (il senso della sua grandezza è abbacinante nella capacità di mutare il registro comico in drammatico nel breve volger di una inquadratura...) che fonde l'anima brillante esplosa in "Mamma Mia" con i tratti misurati di Julia Child (ad un passo dal regalarle la terza statuetta) ed il sempre più sorprendente Alec Baldwin. Le capacità attoriali continuano probabilmente a navigare nella mediocrità, ma i ruoli che negli ultimi anni gli vengono cuciti addosso (dal quasi cameo in "Alla fine arriva Polly" al geniale Jack Donaghy della serie "30 Rocks") lo rendono perfetto ed irresistibile.
Circondati da attori validi ed in grado di assecondarli efficacemente, riescono a dare volto e voce ad una storia che in maniera bella e non banale mette in scena ciò che le donne (e gli uomini) veramente vogliono.
Voto: 7/8
Alla prova della nove dopo i precedenti tentativi non perfettamente riusciti, Nancy Meyers centra il bersaglio con un film ben scritto e ben diretto, che descrive efficacemente ma con leggerezza quella tempesta di sentimenti, gioie e dolori che non ha e non avrà mai età.
Ci sono momenti in cui mi diverto ad immaginare il funzionamento della geniale mente di Tim Burton, ad immaginare quali siano i meccanismi che la governano e le immagini che la affollano: ad un visitatore che vi piombasse dentro sono quasi certo essa apparirebbe come la materializzazione della tana del Bianconiglio, in cui si troverebbe a precipitare vorticosamente mentre oggetti di ogni fatta e provenienza gli sfrecciano accanto e nel suo turbinare lo accompagnano volti e personaggi ormai familiari, il Pinguino a braccetto con Edward Mani di Forbice, la testa di zucca di Jack Skellington ad inseguire il volto sorridente della Sposa Fantasma o Beetlejuice a sbeffeggiare Willy Wonka ed i suoi Humpa Lumpa. Ma alla fine della lunga discesa troverebbe un solo personaggio ad attenderlo, l'Alice intenta a chiedersi come passare attraverso quella minuscola porticina ed incarnazione più pura dello spirito del regista di "Big Fish": non Peter Pan, rinchiuso nella propria adolescenza, ma questa ragazzina inglese che cresce lasciando fiorire giorno dopo giorno il seme piantato dal Paese delle Meraviglie. Questa è la ragione per cui è divenuto forse il migliore raccontatore di favole che il cinema abbia avuto, per la capacità di sfilare le storie dalla loro natura idealizzata e bidimensionale tingendole con nervature di nero umorismo che le allaccia alla realtà senza togliere nulla alla loro capacità di essere magiche e poetiche. Così in "Alice in Wonderland" la protagonista è ormai cresciuta, perdendo il ricordo (o meglio credendolo sogno...) del primo viaggio nel Paese delle Meraviglie, che ora ritrova decadente ed oscurato dalla tirannia della Regina di Cuori (una spettacolare, crudelissima e mapocciona Helena Bonham Carter), anche se ancora popolato da tutti i suoi vecchi amici, ricreati in modo grandioso: i gemelli Panco Pinco e Pinco Panco (spassosi, surreali, indimenticabili), l'evanescente e gigione Stregatto (unico vero bonus della visione tridimensionale), l'ascetico ed oracolesco Brucaliffo o la perfettinamente insopportabile Regina Bianca (azzeccatissima Anne Hathaway). Lascio volutamente per ultimo il Cappellaio Matto interpretato da Johnny Depp, all'ennesima stupenda trasformazione e sempre più bravo: folle, stralunato, bizzarro senza perdere una stilla del suo fascino, 'la musa' del regista ne è strumento perfetto per guidare Alice (e noi) nel Paese delle Meraviglie, perchè incapace di liberarsi dalla sua dimensione di fantasia ma in grado di insegnare come tale meraviglia possa volare fino alla realtà ed essere usata per superarne gli ostacoli.
Voto: 8/9
Una delle più riuscite favole targate Tim Burton, appena un po' penalizzata dal finale non troppo originale, geniale nel rivisitare le tradizioni di disneyana memoria con pennellate dark o kitsch che rendono il risultato finale assolutamente unico e molto più 'profondo' di quanto si potrebbe credere.