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TheScreenSurfer 7/8_In una bella e fredda Berlino non da cartolina un thriller decisamente ben girato, dal canovaccio non inedito, ma avvincente fino alla fine. Cast molto azzeccato.
Chissà cosa sarebbe successo nel fantasioso caso in cui Leonardo da Vinci, dopo una deriva artistica più che ventennale seguita ai suoi capolavori (e popolata solo di opere sempre più trascurabili...), avesse deciso di rimettere mano ai pennelli per ritrarre nuovamente una nobildonna fiorentina... Molto probabilmente la reazione dei contemporanei sarebbe stata un misto di diffidenza e curiosità, la prima frutto del deludente esilio creativo e la seconda generata dalla grande ammirazione per le opere passate.
Nei medesimi panni mi sono ritrovato una volta posto di fronte all'ultima creazione di John Landis, regista di magistrali film come "Tutto in una notte" ed "Una poltrona per due", alle prese con il suo primo vero 'buddy movie' dopo "The Blues Brothers" (semplicemente, uno dei dieci migliori film di sempre...).
Com'è ovvio che sia, il primo e fondamentale passo in questo genere cinematografico consiste nella scelta della coppia protagonista, che in "Burke & Hare" è decisamente indovinata.
Il mascalzone idealista e dall'animo buono ha le fattezze di Simon Pegg, ormai familiari anche agli spettatori meno cinefili. Ancora una volta l'attore inglese si dimostra un vero e proprio fuoriclasse della risata a tutto tondo, con il suo personalissimo mix di ironia e comicità involontaria da uomo qualunque che gli permettono di trovarsi a suo agio svariando dalla commedia brillante sino alla parodia. Ad indossare i panni del suo compare dal ghigno e dallo sguardo furfanteschi troviamo invece niente meno che il prodigioso burattinaio Andy Serkis, nel passato in grado di stupirci infondendo vita ed emozioni in fredde marionette digitali; il trovarselo di fronte in carne ed ossa conferma ancora una volta la sua predilezione e la sua innata abilità per le performance sopra le righe, che diviene però quasi incapacità di utilizzare un registro dai toni più bassi.
L'accoppiata funziona alla grande, per affiatamento e capacità di trasmettere lo humor nero di cui è permeata la pellicola, che scorre piacevolmente con tempi studiati al centesimo. Il merito della regia e della sceneggiatura è infatti quello di usare una vicenda con precise e drammatiche fondamenta storiche come se si trattasse del canovaccio di una commedia surreale, solamente a tinte un po' fosche: questo da un lato conferisce alla storia una certa solidità e coerenza/plausibilità, mentre dall'altro la alleggerisce, donandole una vivacità ed un brio che altrimenti le sarebbero sconosciuti.
Nell'osservare dall'esterno la perizia con cui questo lavoro viene condotto si ha la fortissima impressione di trovarsi davanti ad un gran film piovuto direttamente dagli Anni Ottanta, con gli immutati pregi di abilità cinematografica, ma anche con il difetto di essere stato costruito come se gli ultimi trent'anni non fossero esistiti (fatta eccezione per il grande cast), a causa di una linearità forse eccessiva che finisce con il mantenere nello spettatore un certo distacco dalla storia che prende forma sul grande schermo.
Anche a voi l'ingrato fardello di stabilire se di difetto si tratti oppure della nostro progressivo disabituarci ad apprezzare le cose semplici...
Voto: 7 1/2
Il ritorno dietro la macchina da presa di uno dei geniali artisti che meglio ha saputo dare voce e volto agli Anni Ottanta cinematografici regala allo spettatore un'opera costruita con una abilità che tecnicamente non teme lo scorrere del tempo, ma che forse si incrina un po' quando spostiamo lo sguardo sulla capacità di catturare e trascinare con sè lo spettatore di cui i suoi lavori precedenti erano magnifici esempi...
Affondando le radici del suo pensiero sino alle tradizioni mitologiche del mondo antico, C.S. Jung elaborò il concetto di Ombra, il lato oscuro ed inconscio dell'animo di ogni uomo, coacervo delle sue pulsioni e di quegli istinti che egli ritiene inaccettabili.
Vittima della fascinazione che l'arte da sempre subisce nei confronti di questa realtà, Darren Aronofsky costruisce il suo film per scrutarla nascostamente, per sorprenderne i lampi e la brama di emergere al mondo esterno; per farlo compone come sfondo della vicenda la messa in scena de "Il lago dei cigni" di Čajkovskij, magnifica ode al tema del doppio.Come in "The Wrestler"egli sceglie di usare la macchina da presa portandola quasi a sbattere contro i personaggi, ossessivamente, quasi fino a denudarli: grazie anche alla fotografia cupa e monocromatica, questo stile 'realista' toglie ai corpi l'algida poeticità, ma restituisce loro la carnalità più assoluta (esemplare la sequenza con la fisioterapista). Anche nel ritrarre l'azione dei ballerini, con movimenti vorticosi e di velocità sempre differenti, si ottiene l'effetto di trasmettere ai gesti drammaticità e passione insostenibili.
Il tema del doppio è l'essenza del film e la sua ragion d'essere, ma non il punto più importante: la perfezione è il punto di fuga della storia, la sua ossessionante ricerca è il motore degli eventi. Per dipingere questo contesto la musica classica diviene uno strumento senza pari, soprattutto se fiorita dall'immaginazione di Čajkovskij: essa aleggia sopra i personaggi come simulacro di irraggiungibile perfezione, incombendo su ogni singola azione come monito della altrui fallibilità, frustrando i corpi e le menti sino a costringerli ad infrangere i propri limiti. Anche nella sua incarnazione moderna la musica è elevata al rango di protagonista, traducendo in modo quantomeno efficace lo stordimento e l'ebbrezza selvaggi che esplodono con il crollo delle inibizioni.
Per mantenere inalterata la carica drammatica di questo carnale flusso di emozioni è però indispensabile trovare dei corpi perfetti con cui trasmetterlo: l'inquietante madre Barbara Hershey (irrisconoscibile al pari del Mickey Rourke di due anni fa), la rivale tentatrice Mila Kunis (in decisa crescita attoriale e perfettamente in parte) ed il solito Vincent Cassell (di immutati fisicità e magnetismo) sono però solo gradini di una piramide sulla cui cima si posa Natalie Portman. La sua prova lascia letteralmente a bocca aperta, strabiliando ad ogni inquadratura per come riesca a recitare due ruoli opposti passando dall'uno all'altro con il semplice mutar di uno sguardo, per come reciti con ogni parte del corpo, colpendo al petto lo spettatore con ogni sua singola emozione, trascinandolo con sè in una spirale autodistruttiva.
E' un vero peccato che il punto debole della pellicola giaccia proprio in questa caduta verso la perdizione, verso cui lo spettatore è sospinto: il regista la conduce sino all'eccesso, sino ad un livello quasi disturbante, perdendo qualche volta il controllo della storia e dello spettatore, che si ritrova smarrito e disorientato dal balzare confuso tra realtà e fantasia.
Voto: 7+
Moderno tributo ad una tema quantomai affascinante, il film dipinge in modo brillante la battaglia tra il nostro lato chiaro ed il nostro lato oscuro servendosi come strumento di un'altra forma d'arte, il balletto, e dei corpi che ne sono gli strumenti. La perfetta mimesi che si viene a creare con la strepitosa protagonista non viene però guidata con perizia, finendo per rendere il risultato confuso, troppo 'eccessivo' e fine a sè stesso.


TheScreensurfer 7 1/2_Arpia con i pantaloni (Hailee), vecchio ubriacone (Jeff), mandriano babbeo ( Matt) perfetti nella revisione realista, ma non necessaria di un classico
Probabilmente influenzato dalla stretta attualità, negli ultimi giorni sono stato stuzzicato dall'idea di affidare per qualche tempo la mia penna di recensore nella mani di un persona come Simone Moro, un alpinista di quella fatta, e di porlo dinnanzi al genere della commedia romantica con il compito di descriverlo utilizzando la sua esperienza.
Mi piace immaginare che il risultato di questo esperimento risiederebbe in un paragone, nel paragone con uno degli Ottomila più impegnativi: poche persone sono riuscite a raggiungere la vetta, ancor meno quelli che hanno aperto o apriranno nuove vie, mentre molti, troppi, sono quelli che senza averne i mezzi si affollano nella salita semplicemente ripercorrendo le orme d'altri, per questo inesorabilmente destinati all'insuccesso. Al giorno d'oggi partire bene e compiere lunghi tratti dell'ascesa è diventato impresa comune, ma è una rarità trovare chi riesca a proseguire oltre il punto in cui diviene indispensabile far conto solo sulle capacità proprie e dei compagni.
A capo di questa spedizione tutta europea de "Il truffacuori" si pone il regista Pascal Chaumeil, circondatosi di una squadra (dall'impronta fortemente transalpina...) guidata da Romain Duris (finalmente quasi libero dalle ultime scorie de "L'appartamento spagnolo"...) e Vanessa 'Ms. Depp' Paradis.
Un osservatore esterno non particolarmente amante dello stile francese si troverebbe probabilmente a nutrire già a questo punto un pizzico di pregiudizio sull'intero progetto, ma la coltre di scetticismo è destinata sorprendentemente a diradarsi sin dalla prima scena, quando l'irrompere della memorabile voce di Dusty Springfield strappa un moto di sorpresa al volto dello spettatore e dà fuoco alle polveri di una colonna sonora grandiosa, capace di mescolare con grandissima efficacia generi e stili molto eterogenei e di divenire uno dei punti di forza del film.
A monte di questa scelta vi è sicuramente anche il lavoro del terzetto di sceneggiatori quasi debuttanti, che decidono di dare alla vicenda un taglio abbastanza insolito da incontrare in questo genere: il lavoro di Alex e del suo team, organizzato con precisione chirurgica e professionalità estrema, impone alla storia un ritmo sorprendente, che riesce nell'impresa di tenerla lontana (per quanto possibile...) da quelle sabbie mobili narrative che sono la mielosità e la scontatezza; senza tralasciare il fatto che questo approccio si rivela fondamentale per creare gli spunti comici di cui è disseminata la pellicola, in grado di regalare momenti di autentico divertimento...
In altre parole il film funziona dannatamente bene, dall'inizio sino alla fine (finalmente una chiusura con i tempi giusti, asciutta e non dilatata abnormemente!), riuscendo anche a non tradire mai la sua connotazione romantica (a riprova di questo pensate al motivo per cui Vanessa Paradis vi sembri sempre più bella con il passare dei minuti...è segno che anche voi siete stati trascinati nel vortice che afferra poco a poco il protagonista...)
Voto:8
Una vera sorpresa questa sorta di "Mission Impossible" a sfondo romantico, rivelatosi leggero e molto godibile, originale quel tanto che basta per regalare una boccata di aria fresca ad un genere un po' bloccato nell'imitazione di sè stesso.
Durante la notte del prossimo 27 febbraio i riflettori della cerimonia degli Oscar si accenderanno ed è singolare che due delle opere che saranno più rischiarate dal loro fascio siano "The Social Network" e "The King's Speech", così profondamente diverse in superficie eppure così insospettabilmente simili se scrutate in profondità: entrambe infatti ruotano intorno al punto focale della comunicazione, della sua inarrestabile globalizzazione e di come ha mutato la traiettoria di vite normali ed eccezionali (nella sua accezione letterale).
Negli Anni Trenta del secolo scorso la radio esercita con sempre maggior forza questo potere: divenendo con il passare dei giorni un mezzo indispensabile per diffondere informazioni e raggiungere persone sempre più lontane, essa rende ogni momento più decisiva e discriminante la capacità di servirsi di questo mezzo.
Tale capacità fa certamente difetto ad Albert Frederick Arthur George Windsor - Duca di York (Giorgio VI per i posteri......Bertie per la famiglia......), sin dall'infanzia intrappolato dalla balbuzia e costretto a vagare senza successo di specialista in specialista, fino all'incontro con il poco ortodosso logopedista Lionel Logue.
Ridotto alla sua essenza, il film diretto da Tom Hooper non è altro che il racconto del duetto che viene messo in scena dai due e che li porta, a suon di scaramucce e riappacificamenti, dall'iniziale diffidenza verso una profonda amicizia. L'evolversi di questo rapporto è ben orchestrato da una sceneggiatura dotata di qualità e ritmo, priva di fronzoli ma prodiga di sottotesti che arricchiscono la vicenda principale senza toglierle linfa. Di volta in volta, come voci differenti all'interno di un unico coro, emergono il rapporto con la famiglia ed i figli, il solco scavato tra colonizzatori e colonizzati o tra popolo e nobiltà, la guerra, ecc ... che consentono alla storia di dipanarsi senza battute a vuoto e ne evidenziano l'attitudine da pièce teatrale.
Anche la regia tradisce questa impronta, servendosi di movimenti di macchina semplici e di una fotografia molto "londinese" (per colori e gradazione della luce) che dona alle scenografie ed agli ambienti quelle sembianze quasi bidimensionali proprie dei palcoscenici.
La scelta di un registro essenziale e, per certi versi, classico certamente privilegia l'affidabilità rispetto all'originalità, ma riesce nell'intento di esaltare con efficacia l'elemento più prezioso della pellicola, i suoi interpreti. All'interno di un cast ove ciascuno merita un plauso, da Helena Bonham Carter sino ad un meraviglioso Colin Firth (quanta grandezza vi è nel rendere quel mescolarsi di devastante insicurezza ed ardente orgoglio...), il tutto viene letteralmente oscurato da un monumentale Geoffrey Rush, in grado di dominare lo schermo anche senza profferir verbo (se siete scettici ammirate la sequenza finale...).
Voto:8
Tributo ad un cinema classico, di impronta quasi teatrale, possiede tutti gli ingredienti (grandi attori, ottima scrittura, vicenda a sfondo storico) in grado di attirare i favori della Academy e di colpire anche il grande pubblico, pur senza sfoggiare l'originalità tra i gioielli della sua corona.
Ogni tanto mi sorprendo a chiedermi che sarebbe della mia opera di recensore se madre natura mi avesse fatto dono di quella genialità che rende in grado di descrivere la bellezza assoluta secondo la sua disarmante semplicità, necessitando di ancor meno parole di quante ne richieda la normalità...se così fosse sarebbe immensamente leggero l'affrontare la più recente creazione di Clint Eastwood, descrivere con poche pennellate la straordinaria essenza di arte cinematografica messa in opera dall'ottantenne regista americano.
Questo accade perchè egli torna, dopo la parentesi un po' più 'fredda' di "Invictus", a narrare storie in cui il singolo individuo risplende più della Storia, terreno sul quale è maestro senza eguali. Il suo cinema permette ai personaggi di 'esplodere' sullo schermo con i loro sguardi ed i loro dialoghi, accompagnandoli con il suo stile pulito e perfetto fatto di lente inquadrature che si muovono sullo sfondo di una colonna sonora (ancora una volta 'autocomposta') in cui il silenzio è efficace tanto quanto i delicati accompagnamenti di pianoforte e chitarra. La drammaticità della storia corre così verso lo spettatore proprio come se si trattasse di uno tsunami, in cui la incantevole quiete della storia deflagra nel breve volgere di pochi istanti travolgendolo e portandolo via.
Proprio lo tsunami del 2004 e l'attentato alla metropolitana londinese nel 2005 sono due dei momenti chiave del film, che infatti ruota principalmente intorno al tema della morte e, in modo secondario ma inseparabile come la faccia opposta della medesima medaglia, all'eros di greca memoria...
La fine dell'esistenza terrena viene però osservata concentrando lo sguardo non tanto sui momenti che la precedono, quanto su quelli che la seguono, in questo e nell'altro mondo (l'Hereafter del titolo...); servendosi delle storie di tre persone molto diverse tra loro, il tema portante del film viene dipanato da ciascuna di loro secondo un percorso estremamente umano (anche se qualcuno giudicherà forse eccessive le influenze new age) che, come fiumi uniti dal richiamo del mare, le porterà ad incontrarsi nel corso della vicenda.
Parte essenziale della grandezza del regista consiste proprio nel trattare gli interrogativi connaturati all'uomo in modo tale da non imporci, ma proporci il suo punto di vista, alimentando così il nostro moto ad interrogarci e scuotendoci dal rimanere passivi fruitori delle immagini che scorrono sul grande schermo (esempio irraggiungibile di questo meccanismo rimane "Million Dollar Baby").
Meravigliosa è la capacità di utilizzare il registro tragico, ma non da meno è la perizia nel raccontare con semplicità l'amore, che si tratti di fratelli, di amanti o di semplici sconosciuti che si incontrano ad un corso di cucina (la scena dell'assaggio vale da sola più delle decine di simili già viste in passato...).
In questo quadro vicino alla perfezione sono convinto che solo una nota a molti parrà dissonante, quella emessa da un finale insolitamente lieto; ho però la convinzione che si tratti solo di una sensazione frutto dell'incessante lavorio del mondo moderno, che ci abitua a considerare il finale pessimista come l'unico realistico (oltre a confondere i concetti di tragico e pessimista. Provate a riprendere in mano Gran Torino...a dispetto della tragicità il finale contiene indubbiamente un seme positivo).
E poi, in tutta onestà, non si sarebbe potuta definire degna una chiusura della storia che prescindesse dal sorriso della splendida Cecile De France......
Voto: 9
L'ormai 'noiosamente' meraviglioso Clint Eastwood ci regala un'altra gemma preziosa, appena una spanna inferiore a "Million Dollar Baby" e "Gran Torino", ma immensamente superiore alla gran parte dell'universo cinematografico conosciuto per capacità di emozionare e far riflettere.